Il 27 agosto saranno 50 anni che Cesare Pavese se n'è andato. Suicida in un albergo di Torino. Solo. Come in fondo fu per tutta la sua vita. Lasciando un biglietto, accanto al suo corpo, che gridava tutta la sua disillusa amarezza (Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.).

 

Cesare Pavese

Nasce a Santo Stefano Belbo (Cuneo) nel 1908 da una famiglia originaria di quei luoghi, le Langhe, tanto cari allo stesso scrittore. Studia a Torino, dove si laurea con una tesi su Walt Whitman, divenendo un esperto di letteratura angloamericana. Nella città piemontese comincia a frequentare gli ambienti della casa editrice Einaudi, intorno alla quale si erano radunati molti antifascisti. In quel periodo comincia anche l'attività di traduttore di scrittori inglesi e americani classici e contemporanei, tra i quali Daniel Defoe, Charles Dickens, Herman Melville, Sherwood Anderson, Gertrude Stein, John Steinbeck e Ernest Hemingway.

Nel 1935 viene condannato al confino a Brancaleone Calabro; qui inizia a scrivere una specie di diario, che sarà pubblicato postumo, nel 1952, con il titolo "Il mestiere di vivere". Torna a Torino l'anno seguente e durante la guerra si nasconde in casa della sorella Maria, sulle colline del Monferrato. Anche da questa esperienza nasce uno dei suoi libri migliori, "La casa in collina" (1948).

Nell'ambito della poesia esordisce nel 1936 con "Lavorare stanca". Dopo questa pubblicazione, seguono altre produzioni in prosa, come il romanzo "Paesi tuoi "(1941) e i racconti lunghi e politicamente impegnati come "Il carcere" (1938-39), "La casa in collina" e "La spiaggia" (1941), seguiti dai racconti di "Feria d'agosto" (1946), il romanzo "Il compagno" (1947) e "La bella estate" (1949). Nel 1947 escono "I Dialoghi con Leucò", ma la consacrazione definitiva avviene con "La luna e i falò" nel 1950. Nell'Agosto del 1950, in un albergo di Torino, Pavese si toglie la vita oppresso da una grave forma di depressione che lo aveva accompagnato in quasi tutta la sua esistenza, cedendo a quello che aveva chiamato il "vizio assurdo". Dopo la sua morte viene pubblicata un'altra raccolta poetica, "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" (1951).


A Brancaleone si ricorda Pavese

 


A CINQUANT'ANNI DALLA TRAGICA SCOMPARSA LO SCRITTORE PIEMONTESE È STATO RICORDATO DEGNAMENTE IN CALABRIA
Il 27 agosto di quest'anno ricorreva il cinquantesimo anniversario del suicidio (in un albergo torinese) di Cesare Pavese, uno degli autori più significativi del nostro Novecento letterario.
Lo scrittore è stato ricordato con articoli sui giornali, trasmissioni radiofoniche e televisive, giornate di studio a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo (dove Pavese nacque il 9 settembre 1908), e a Brancaleone Calabro, in provincia di Reggio Calabria (dove fu confinato dal regime fascista tra il 1935 ed il 1936).
A Brancaleone, però, non si è aspettato che ricorressero i cinquant'anni dalla morte per ricordare Cesare Pavese se è vero, come è vero, che quest'anno si sono svolte (in una affollata piazza Municipio) la XIII e la XIV giornata pavesiana – ancora una volta grazie all'impegno messo nell'organizzarle da ABC (Associazione Brancaleone Cultura) in collaborazione e col patrocinio dell'Amministrazione comunale.
La prima giornata è stata incentrata sull'apprezzata presentazione del saggio L'altro Pavese.Un 'misfatto' non solo letterario, scritto dal giornalista Paolo Sanna, edito da Carlo Delfino. Oltre all'autore hanno partecipato alla discussione Savina Lella e Roberto Enzo Tedesco.
A conclusione della serata il recital Terra d'esilio, poesie e prose di Cesare Pavese, con accompagnamento musicale, interpretate da Isabella Cattano Cornalba.
La seconda serata è stata dedicata ad uno stimolante dibattito su Cesare Pavese tra memoria e oblio con relazioni di Caterina Ranieri ('Il mito e l'ansia del ricordo in Cesare Pavese'), Domenica Marra Busurgi ('La scuola, i giovani e Pavese'), Paolo Sanna ('Cesare Pavese o della storia negata'). Al dibattito è seguita la lettura drammatizzata di Leggete bene quello che scrivo.Firmato Cesare Pavese, a cura di Paolo Sanna (autore e voce narrante) e di Matteo Gazzolo (autore delle musiche e voce recitante).
Quelle di Brancaleone sono state giornate particolarmente suggestive per chi ama Pavese e guarda con amarezza alla sua vicenda di uomo e di scrittore. In questo paesino sulla costa ionica della Calabria non ci sono ricordi pavesiani per turisti occasionali: la casa dove egli ha vissuto non è visitabile, il tavolino cui si sedeva a prendere il caffè è uno tra gli altri in un bar anonimo con un'insegna di plastica, un suo brutto busto è stato eretto in faccia al mare.Eppure qui Pavese è vivo ed è amato. È vivo nelle parole della gente che ricorda il professore gentile che faceva ripetizione ai ragazzi, è vivo nelle strade polverose, nel rumore del treno che passa, nella presenza delle tante persone che ogni anno arrivano qui da ogni parte d'Italia per ricordarlo, ed è particolarmente vivo negli occhi di Concia, lo straordinario personaggio femminile dipinto da Pavese ne Il carcere.
La figura e l'opera di Cesare Pavese sono state ricordate anche presso il Lido dello Stretto di Catona, poco lontano da Reggio Calabria. L'occasione è stata offerta da una nuova presentazione del volume L'altro Pavese, organizzata dalla Associazione Genitori-Gruppo Turismo ed Amicizia di Reggio Calabria-Catona e dal Circolo Culturale e Relazioni Internazionali di Villa San Giovanni, col patrocinio dell'Associazione Brancaleone Cultura e dell'ALAS (Associazione Lettere Arti Scienze) di Sassari. Oltre alla presenza degli stessi relatori di Brancaleone c'è stata quella a sorpresa della scrittrice e studiosa di Pavese Adele Cambria, che è intervenuta nel dibattito. Anche qui tra tanto pubblico e vivo interesse.
(S.L.)

 

altro

Altro

 

 

ALTRO

E fu a Brancaleone, in Calabria, dove era confinato, che Pavese ricevette finalmente il 24 gennaio del 1936 il libretto fresco di stampa. Scrisse a Carocci: "Ricevo - miracolo di celerità - il pacco di Lavorare stanca. Lacrime, tripudio, auspici, bicchierata: tutto da solo. Raffinata compiacenza, gratitudine per tutto e per tutti... Dall'altra parte: nostalgia del "Dio Caprone" ... ". Il "Dio Caprone" era una delle poesie che la censura aveva tagliato e che Pavese considerava il suo capolavoro.

 

 

 Lo steddazzu1
L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara
che l'inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall'alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l'alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,
l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.

Cesare Pavese

1steddazzu: in dialetto calabrese (più correttamente stiddazzu) indica la cosiddetta "stella di Venere", che brilla in cielo poco prima dell'alba.

Cesare Pavese (908-950, piemontese), narratore e poeta, fu uomo impegnato intellettualmente e politicamente. Espresse nelle sue opere il disincanto dopo l'illusione, la solitudine, quasi l'inutilità dell'agire; morì suicida. Scrisse questa lirica quando era stato confinato dal regime fascista a Brancaleone in Calabria, nel 1936.